E’ stata appena lanciata l’allerta per emergenza igienico-sanitaria a bordo della nave Mare Jonio, dove sono rimasti 34 migranti naufraghi dopo che ieri 64 persone sono state trasbordate su una motovedetta della Guardia Costiera. Le immagini dell’intervento della motovedetta raccontano tutta la crudeltà di scelte politiche spericolate.

Ai coraggiosi uomini della Guardia costiera l’ordine per il trasbordo è arrivato solo nelle ore più buie e con onde di oltre un metro che hanno messo in pericolo l’intera operazione. Una lotta contro il tempo per scongiurare un peggioramento delle condizioni meteo marine, mentre i migranti venivano presi a bordo senza il giubbetto di salvataggio. Supplizio inferto anche alle donne in gravidanza, alcune vicinissime al parto, costrette a compiere uno sforzo impossibile saltando dal portellone della Mare Jonio al tubolare della motovedetta.

E si deve solo alla perizia dell’equipaggio di Mediterranea e alla straordinaria esperienza dei marinai della Guardia costiera se alla fine tutto è andato per il meglio. Mentre i bambini piangevano (anche se qualcuno invece sorrideva pensando a un gioco, beata ingenuità dei piccoli), tolti dalle braccia delle mamme per venire afferrati dai guardacoste e dagli abbracci degli operatori del Sovrano Ordine di Malta imbarcati sulla motovedetta con una interprete della Organizzazione internazionale dei migranti.

L’intera operazione avrebbe potuto svolgersi con la luce del giorno. Ma la protervia dell’ormai ex ministro dell’Interno ha impedito che Mare Jonio non solo attraccasse nel porto di Lampedusa, che potesse avvicinarsi in acque italiane al riparo dal vento e con onde che avrebbero reso meno rischioso il trasbordo.

31 agosto 2019, Avvenire

Il gommone dei bambini era anche il barcone delle famiglie erranti. Almeno quattro i nuclei nati durante la traversata nel deserto oppure nei lager dei trafficanti. Amori che hanno prevalso sugli aguzzini, non sulla burocrazia. Succede spesso nei lunghi mesi da internati nei campi libici. Vedove che ritrovano un compagno, giovani donne che non si rassegnano alla malvagità e cercano ancora una carezza.
Dai 34 migranti rimasti sulla nave, arrivano risposte a domande inevase.

A lungo si è pensato che i trafficanti adoperino le sevizie per incassare un riscatto attraverso le famiglie delle vittime nei Paesi d’origine. «No, quello succede all’inizio – racconta il maliano neomaggiorenne –, poi ricattano i nostri parenti all’estero. Per me ha pagato 1.500 euro mio fratello che vive in Francia», dice mentre indica altri due passati dall’identico supplizio dei ragazzini: bastonate alle mani, che si possono rompere ma non impediscono di potersi muovere autonomamente.

Un’altra notte arriva al largo di una Lampedusa che nemmeno si intravede all’orizzonte. Incapace del coraggio per una soluzione umanitaria, alla fine la politica spera in una svolta all’italiana. Toccherà infatti ai medici della sanità marittima decidere se bisogna far sbarcare tutti o si può resistere ancora per qualche giorno con il voltastomaco e la brezza che di notte si fa burrasca. Ieri gli ispettori dell’Usmaf, l’Ufficio della sanità marittima, hanno ispezionato la Mare Jonio per stabilire se i 34 (tra cui cinque donne) possono restare sul ponte, sferzati dal vento e in condizioni igieniche diventate impossibili, oppure occorre farli sbarcare subito.