Fotografia di Lorenzo De Simone

Quando la distanza allontana, quando invece unisce

Un editoriale di Nature ci ha aperto gli occhi su tutte le possibili implicazioni della introduzione di un test sierologico che pretenda di conferire una patente di immunità [1]. Secondo l’articolo, per gran parte del diciannovesimo secolo gli abitanti di New Orleans vennero divisi tra coloro che erano “acclimatati” rispetto al rischio di febbre gialla e tutti gli altri. I primi potevano spostarsi e lavorare e addirittura, se erano schiavi, cambiava il loro valore di mercato. Ora la patente di immunità viene invocata, ad esempio, per andare in vacanza o spostarsi da un paese all’altro.

Al di là della inconsistenza scientifica della proposta (e dei problemi pratici: non è possibile testare l’intera popolazione), la patente di immunità è un esempio delle tante amplificazioni di problemi preesistenti che emergono con covid-19, come: le diseguaglianze sociali; l’accesso alle cure; il diritto alla salute; i dilemmi etici (salvare tutti? proteggere gli anziani? proteggere l’economia?); il conflitto tra il piccolo commercio e le multinazionali; gli egoismi nazionali verso la solidarietà; gli interventi dall’alto verso la responsabilità individuale. In questo contesto si colloca anche il tema della distanza/distanziamento. I giovani, giustamente, fanno fatica a “mantenere le distanze”. L’epidemia sembra fortemente associata a priori al tema della distanza, essendo più intensa dove vi sono un’alta densità abitativa e un’alta mobilità: il tasso di mortalità per milione è stato di soli quattro decessi in Australia e di 56 per 100.000 in Italia (anche se naturalmente ha contato molto la tempestività degli interventi di lockdown). Il distanziamento sociale – sia intrinseco, com’è in Australia, o imposto – è una misura efficace, tanto è vero che la sars è stata vinta essenzialmente grazie all’isolamento dei casi e dei loro contatti, seppure in circostanze molto diverse (la maggiore contagiosità si aveva in seconda settimana di una malattia grave e con sintomi evidenti, a differenza di covid-19 che ha molti asintomatici).

In che senso covid-19 amplifica problemi preesistenti?

Già prima c’era nella società una tendenza ad aumentare le distanze attraverso un crescente ricorso alla realtà virtuale. Si pensi al caso giapponese del milione di hikikomori che non escono di casa per anni, impegnati a comunicare solo via web. Il fenomeno della spesa virtuale e delle consegne a domicilio è stato anch’esso amplificato da covid-19, con le conseguenze che possiamo vedere: un aumento di potere di società come Amazon; la diffusione di lavori sottopagati e pericolosi come quello del rider; la chiusura dei negozi di quartiere. Insomma, covid-19 sembra accelerare la distopia di un mondo iperconnesso ricco di dati ma povero di informazioni, e forse anche più povero di senso?

Ma c’è anche il distanziamento sociale vero e proprio: le classi sociali si distanziano progressivamente. È nota a tutti la metafora della metropolitana di Londra, che a ogni due fermate “fa perdere un anno di vita”. Detto altrimenti, nei paesi ricchi il differenziale nella speranza di vita è di nove anni nelle classi estreme. Questa distanza sociale si è verosimilmente ampliata con covid-19, anche se i dati sono ancora pochi e aneddotici. Paradigmatici i casi delle società autoritarie, dove a morire sono stati soprattutto i lavoratori precari segregati in comunità sovraffollate, come è accaduto a Singapore, oppure i più marginali sono stati deportati, come 3000 etiopi dall’Arabia Saudita. Negli Stati Uniti gli afroamericani hanno una probabilità del 67 per cento più alta dei bianchi di essere ospedalizzati per influenza, ma nel caso della covid-19 questa proporzione è salita al 227 per cento [2]. È giusto dire “state a distanza” per evitare il contagio, ma non dimentichiamo che molti gruppi sociali stanno già largamente a distanza tra loro.

Non dimentichiamo che molti gruppi sociali stanno già largamente a distanza tra loro. Covid-19 sembra accelerare la distopia di un mondo iperconnesso ricco di dati ma povero di informazioni, e forse anche più povero di senso?

Infine, la distanza del potere. Senza fare qui alcuna critica a come l’emergenza epidemica è stata affrontata dal governo italiano (e molte critiche invece a come è stata affrontata in Inghilterra), colpisce tuttavia una crescente distanza tra potere e cittadini. L’aspetto più rilevante della maggior parte delle prese di posizione politiche degli ultimi mesi è la tendenza a difendere le misure legislative su un piano esclusivamente tecnico-scientifico, a prescindere da espliciti ragionamenti di carattere etico e politico. “Le misure di lockdown sono necessarie”, si è sentito ripetere. Ma a ben vedere, le misure di lockdown sono state necessarie solo in quanto strumenti volti a raggiungere determinati fini (morali e politici). Invece che necessarie, dunque, le misure dovrebbero essere definite “giuste”, ad esempio perché consentivano di salvaguardare la parte più fragile della popolazione, come gli anziani, e mantenevano vivo il sentimento di solidarietà sociale. Senza l’esplicitazione chiara del nesso tra necessità del distanziamento sociale e patto tra generazioni e solidarietà sociale il potere non può che sembrare a molti troppo distante.

Fonti

[1] Natalie Kofler, Francoise Baylis. Ten reasons why immunity passports are a bad idea. Nature 2020;581:379-81.
[2] Malley R, Malley R. All epidemiology is local. Foreign Affairs, 8 giugno 2020.

scritto da Paolo Vineis, pubblicato in Forward del 6 luglio 2020

segnalato da Alessandro Bruni